Amor, ma non troppo

Una delusione atroce. Davvero. Tutto, dall’ambiente fino alle pizze, rasenta quasi la depressione. Le pizze sono tristi, tristissime, le porzioni minuscole, quasi da bambino da asilo.

La così detta amatriciana è molle, mollissima, mollississima, la margherita croccante invece è uno scherzo stracolmo di salsa al pomodoro e tre fettine di mozzarella: esteticamente, una sciagura. Ti pare da essere all’Autogrill e invece sei da Amor, strombazzato locale ideato da Philippe Starck: a proposito, quanti milioni di pezzi molli e tristi si dovrebbero vendere per pagare il cachet dell’architetto?

Già l’impatto è una delusione tremenda. Non ce lo aspettavamo. Okei, le maschere dorate sulle pareti sono carine. I tavoli a mò di banco sono poveri, i prodotti esposti come se fossi all’autogrill. Effetto wow? Inesistente.

Forse siamo andati con delle aspettative esagerate perché si trattava di un locale della famiglia Alajmo, geni in cucina e anche in affari (fatto molto raro, per cui chapeau).

Si era parlato così tanto del concept che uno si aspettava qualcosa di indimenticabile fin dalle vetrine, e invece una delusione atroce. Si, atroce, perché tutti incensavano il lavoro di Philippe Stark e il nome, Amor, prometteva bene: ti portava con il pensiero ad un posto incantevole e rilassante, emozionante e colorato. E invece niente colori e niente emozioni. Il servizio invece encomiabile, nulla da dire.

La pizza di Alajmo, il disegno di Stark, la fanfare incessante della stampa (vabbè, prevedibile), tutto ti faceva pensare ad un locale chic, cool, da frequentare spesso. E invece.

Va detto che le fotografie ingannano, è uno di quei casi dove le immagini sono meglio del posto stesso.

Poi entri e sulla sinistra trovi esposto il “masscalzone”, una sorte di pizza-tramezzino di rara bruttezza.

Prima di ordinare conti fino a dieci, sei tentato di uscire, però torni sui tuoi passi, almeno assaggi per poter scrivere l’articolo.

E’ l’unica ragione, perché di invogliare non invoglia. Ed eccoci, con le foto accanto. La così detta margherita croccante, con salsa di pomodoro che abbonda e straborda, poi l’amatriciana che è molle, molle, molle e triste, triste, triste.

Certo, c’era tanto altro da scegliere, ma due possono bastare, tanto le altre sono sulla stessa falsariga.

Lo diciamo con tutto l’amore e il rispetto per Massimiliano Alajmo e per la sua famiglia, davvero strepitosi, geniali, straordinari: non avremmo mai immaginato una tale pizza.

Certo, qualcuno verrà a raccontarci l’impasto con il solito tono e atteggiamento da primo della classe, però il nostro giudizio è talmente negativo da non voler più sentir parola. Siamo usciti con la morte nel cuore.

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