I media, l’approccio sbagliato

Di lei ne abbiamo scritto spesso e forse lo faremo ancora. Per decenni è stata un punto di riferimento, oltre a essere la critica gastronomica più forte e potente in assoluto.

Quando arrivò al New York Times disse ai suoi direttori: “Avete un approccio sbagliato verso la ristorazione. Calate il giudizio dall’alto, sembrate certi di non sbagliare mai. In più, le vostre recensioni sono rivolte alla gente che frequenta già i ristoranti che visitano. Ma quanti dei vostri lettori andranno a mangiare da Lutèce quest’anno? Un migliaio? Ammesso che sia così, rimangono fuori oltre un milione di lettori. E in un momento in cui la gente si interessa al cibo e ai ristoranti come non mai, è un peccato mortale. Non bisogna scrivere per la gente che va a cena nei ristoranti alla moda, ma per tutti quelli che vorrebbero poterlo fare”.

I direttori le risposero: “Lei ci dice che noi stiamo vendendo ristoranti, mentre il nostro mestiere sarebbe quello di vendere giornali”.

“Esatto”.

Ecco, ora non per paragonare la Reichl alle altre, perché sarebbe folle e sminuente nei confronti di Ruth stessa: il punto è che tanti, mentre scrivono, guardano solo al proprio ombelico, sono autoreferenziali fino all’inverosimile: al lettore non pensano minimamente, anzi, il lettore non esiste perché il soggetto sono loro, i giornalisti.  Una specie di “Ciao come sto” che stizzisce assai.

E’ un continuo “guardatemi come sono colto, guardatemi che prosa forbita, guardatemi come sono diverso dagli altri. Io sono di un livello superiore, so spiegare come nessuno la ricetta dello chef ics, io sono il più sofisticato e preparato”. Tutto nella loro mente, perché all’atto pratico in pochi riescono a capirli e ancor meno hanno la voglia di leggerli.

La sensazione (per la verità più di una sensazione) è che stanno o vogliono porsi ed essere visti come quei critici cinematografici di una volta, oppure quei critici d’arte spocchiosi, con la verità in tasca, quella gente insopportabile, saccentina e insofferente, spesso con la forfora, denti gialli e smorfie sprezzanti ad ogni dove. Ci stanno riuscendo, eccome. Si autoconvincono di dettare legge, di contare molto, di poter decidere i destini degli chef e dei ristoratori: guai a non considerarli delle autorità in materia (peccato che nessuno chiede loro un parere), guai a non pendere dalle loro labbra.

Io io io io all’ennesima potenza, oltre il ridicolo, sempre e comunque, giorno dopo giorno, sfiancando il mondo intero senza rendersi conto di ciò. Vivono in un mondo autoreferenziale, dove hanno acceso (avessi detto) solo i coloro che battono le mani, gli adulatori di mestiere, quelli che per il proprio tornaconto ti coprono di finti elogi. Chi sono gli adulatori? Gli uffici stampa, che temono di non veder più pubblicati articoli sui ristoranti che rappresentano. Poi? Alcuni chef che pure loro vivono con il terrore di essere trattati male in caso di mancato baciar le mani.

A proposito dei critici d’arte: qualche anno addietro ebbero un sussulto, sperando in un momento di gloria, quando si iniziò a chiedersi se la cucina creativa potesse essere considerata arte. Si sono subito autoinvitati nelle discussioni, sdottorando tristemente sull’argomento, facendo capire che solo loro sono in grado di fare dei paragoni a argomentarli filosoficamente. Peccato che lo hanno fatto con una tale boria da far trasformare la cucina creativa in un funerale. Speravano di arrivare sotto i riflettori, di uscire dall’angolo buio e senza platea: tentativo fallito, alla fine si sono rivolti ai soliti tre gatti.

Ecco, se i critici gastronomici suddetti intendono calcare le orme e scrivere pure loro per dieci persone soltanto, facciano pure. La strada imboccata è quella giusta.

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