Inviti stampa, fra utopia e realtà

Forse si dovrebbe fare un po’ di chiarezza sulla faccenda dei giornalisti invitati nei ristoranti, che è lontana anni luce dal fatto che molti si autoinvitano con consorte e prole, spesso a ripetizione: non facciamo confusione.

Partiamo da un presupposto: oggi nessun quotidiano ha le possibilità (e l’intenzione) di sostenere le spese di un giornalista che segue e scrivere di alta ristorazione. Facendo un esempio pratico, se uno ha la possibilità e lo spazio per scrivere sei volte al mese, significa che va minimo sei volte al ristorante. Facendo una media di 150 euro per ognuno, sono 900 al mese, 10.000 all’anno. E’ utopia pura, nei giorni nostri. Certo, fa impressione sapere che la critica gastronomica del New York Times, Ruth Reichl, andava anche quattro volte nello stesso prima di emettere un giudizio, però parliamo di altri mondi e altri tempi.

In molti, in maniera pittoresca, sbraitano istericamente contro i giornalisti, accusandoli di non pagare di tasca loro, ma sarebbe una follia, per di più improponibile: sborsare delle somme di danaro per lavorare è un po’ un controsenso, per non dire che non avrebbero nemmeno la possibilità, visti gli stipendi attuali. Si deve pagare quando si va per conto proprio, ma questo è un altro discorso. Pure qui: con i propri soldi uno non va alla scoperta di nuovi ristoranti, va solo dove gli garba, perché va per piacere. Il lavoro è un altro mondo, con altre esigenze.

Dunque, che soluzione rimane? Che gli chef, oppure i ristoratori, li invitino. E qui non si tratta di “andare a ufo”, come diceva un pittoresco signore qualche giorno addietro. Se uno chef ti invita, lo fa perché così ti racconta cosa fa e come, la propria filosofia. E’ un compromesso, certo: tu essendo ospite non puoi bastonarlo, non hai la libertà che avresti se fossi andato a spese tue. Certo, non per questo lo devi incensare, ma è chiaro che sei frenato, un po’ anche dal buonsenso e dall’educazione.

Poi va detto che il 99,99 per cento sono arrendevoli e timorosi, sperando che più esalteranno più verranno invitati: é qui che scatta l’allarme rosso.

Però se non fossero gli inviti, i giornalisti non avrebbero il modo di scrivere alcunché.

Ci sono modi e modi, alcuni più professionali, altri più beceri, tipo gli inviti di gruppo, con 30 persone in un colpo solo: lì non si tratta più di giornalismo, lì è una sagra e si scende nel grottesco, o nel ridicolo.

Alcuni chef lamentano che la stampa non segue da vicino la loro evoluzione nel tempo, dimenticando il fatto che, solo a prendere i ristoranti e gli chef più importanti, siamo a quota 500. Pur volendo, non si riesce a seguire tutti in maniera costante.

Morale, il punto non è essere invitati, ma come ci si comporta dopo. Chi ha personalità riesce a essere sobrio ed equilibrato, chi no parla di piatti formidabili a gogo. Il che per carità, spesso accade, ma per alcuni accade sempre, ad ogni occasione.

Ci sarebbe anche l’altra faccia della medaglia, che è un bel grattacapo: non puoi invitare tutti, devi scegliere e qui iniziano le invidie, le cattiverie degli esclusi, che appena si sentono fuori dal giro degli invitati scatta l’operazione sabotaggio.

Ci sono valanghe di giornalisti che si sentono offesi se non vengono invitati per primi, o non invitati e basta, come se fosse un dovere. Le esagerazioni sono queste, non un invito cortese per assaggiare i nuovi piatti.

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