Ioris Premoli. Dark food

La prima volta che abbiamo visto un suo scatto il pensiero è subito volato a Sergio Coimbra, forse il più noto e richiesto fotografo di food. Il brasiliano è riuscito a creare uno stile tutto suo, facilmente riconoscibile, basato su colori intensi, intensissimi, quasi irreali. Ora, guardate l’immagine di Ioris, quella dell’ostrica: trasmette una sensazione strana, un misto di incredulità, ammirazione e inquietudine. Quando si arriva a ciò vuol dire che il suo messaggio è forte: quante volte vediamo delle fotografie e passiamo oltre senza aver avuto la minima emozione, il minimo sussulto? Fotografie ben eseguite, disciplinate, corrette, ma senza anima. Voto sei più, come si diceva una volta.

Con Ioris non si corre il rischio, anzi, la fatica e la frustrazione stanno nella dolorosa scelta di escludere alcuni scatti, per evidenti problemi di spazio.

Tornando a Sergio, c’è qualche punto in comune con Premoli: entrambi hanno avuto come ispirazione la pittura, i quadri di qualcuno. Ioris si ispira a Caravaggio, Coimbra allo still life dei secoli passati, quei dipinti comunamente nominati “natura morta”. “Già a quei tempi si dava una dimensione artistica ai piatti”, sostiene, a ragione, il brasiliano. Altro punto in comune dei due, il fatto che scattano rigorosamente all’interno, nello studio, perché hai tutto a disposizione e a portata di mano, in più conosci benissimo le luci, le distanze, puoi fotografare da ogni angolo, mentre nei ristoranti sei condizionati dagli spazi ristretti. Coimbra ha allestito una cucina che spesso viene invidiata dagli chef stessi. Per la cronaca, si avvale di uno staff fisso che conta dieci persone, mentre quando si scatta si arriva anche a 25. “Homemade pictures”, ama chiamarle. Fotografia artigianale, fatta in casa. Non economica, però ne vale la pena.

Ioris Premoli, dunque. Un inizio pieno di contrasti, perché i genitori sono panettieri, mentre lui ha studiato le Belle Arti: un mix diabolico, un sali scendi. Da una parte i piedi per terra, dall’altra un mondo bohemien, tanti sogni e poca dimestichezza con la vita reale. Lui è riuscito a prendere spunto da entrambe le parti, creando uno stile tutto suo, che in principio doveva chiamarsi “dark food”. “Peccato che una mia ex amica blogger mi ha rubato l’idea e così ho dovuto inventarmene un altro, chiamiamolo “into the dark food”.

Poi continua:“Mi ispiro alle tecniche di Caravaggio, anni di Belle Arti a qualcosa mi sono serviti. Quando frequentavo l’Accademia, il food era malvisto, ignorato e visto con aria sprezzante. A me invece piaceva l’idea, sono stato fortunato: una delle segretarie mi passava le riviste americane. In quanto autodidatta, mi sono messo a studiare e sperimentare. A quei tempi mi occupavo di moda, ma dal 2012 abbiamo deciso, io e la mia collega con la quale dividevo lo studio, di puntare solo sul cibo”.

“Agli inizi frequentavo molto il negozio Kitchen, in Via De Amicis, sono loro ad avermi proposto i primi lavori. Poi ho cominciato a collaborare con Grana Padano e con Il Sole 24 Ore, il resto è logica conseguenza. Di base adesso lavoro quasi esclusivamente con e per le aziende, il che mi gratifica molto. Sanno apprezzare il lavoro, lo sforzo, il talento, la professionalità: mai avuto un problema con i pagamenti, mentre se ho ben capito chi ha a che fare con chef e ristoranti si trova spesso in difficoltà. Le aziende hanno un gran senso del dovere, sono molto pratiche, mentre il mondo della moda è più snob e problematico”.

“Il mio idolo è stato Renato Marcialis, anche se oggi può sembrare un po’ retrò. Ho guardato, analizzato e imparato molto da lui.

Mi piace esporre le mie foto, organizzare mostre, oggi espongo a San Remo e nella sala pranzo dell’Hilton”, racconta.

“Il piatto più difficile da fotografare? Le lasagne. Mi piacciono invece le materie prime povere, prendiamo per esempio le mele. Adoro ricreare la tavola italiana della domenica, soprattutto quei piatti dove riesci a trasmettere la golosità, il gusto”.

“Un mio motto nella vita? La fotografia è come la donna: è falsa”.

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