The Fisher

Quel numero di Esquire lo abbiamo conservato, perché l’articolo di Alex Bilmes è davvero un capolavoro.

A dire il vero, scrive sempre in maniera divina. Ci siamo innamorati della sua prosa e dei suoi modi schietti, intriganti e ficcanti quando, in pratica, santificò Kate Moss, nel giorno del suo quarantesimo compleanno. E’ stato di gran lunga il più intenso articolo mai letto su una donna.

Da quel giorno lo abbiamo sempre seguito con attenzione. Tre anni addietro, recensendo un ristorante londinese, scrisse, in un articolo pubblicato alla pagina 66: “It’s the hum, the chatter, the clatter, the bustle, the mise en scene, the feeling of the place and the way it makes you feel”.

Tradotto, sarebbe più o meno così: “Tu puoi avere le materie prime migliori, la clientela ideale, le posate d’argento, la location perfetta. Però se manca quel ronzio, il trambusto, le vibrazioni, il rumore piacevole della gente, allora hai perso”.

The chatter, the clatter, the hum, the bustle: come per magia abbiamo trovato tutto questo e molto altro da The Fisher, capolavoro scenografico di Maximilian D’Andrea, imprenditore nato che prima di aprire il locale in via Bianca Maria vantava già successi mostruosi come il Deseo e soprattutto El Carnicero. L’uomo è una potenza, torneremo a parlare di lui, probabilmente più volte.

Ora, per motivi di spazio, ci limitiamo ad una breve ma speriamo sufficientemente intrigante racconto del ristorante aperto tre mesi nella ex dimora di Eros Ramazzotti.

Va detto subito che è straordinario.

E’ uno di quei rari posti dove non vai solo per le pietanze dello chef. In un luogo del genere andiamo perché spinti dalla voglia di vivere dei momenti indimenticabili, andiamo carichi di aspettative, con la sete viscerale e la speranza feroce che possa accadere qualcosa che ci possa smuovere e movimentare la serata. Uno sguardo, un incontro, un colpo di fulmine, una emozione fortissima.
Ristoranti dove ti batte forte il cuore ce ne sono pochi, pochissimi. Il motivo? Nessuno può comprare o creare a tavolino le così dette good vibes.
Ci vuole la magia e la magia non si compra.
E poi ci deve essere il mago, l’uomo che sa come farti innamorare appena entri nel suo locale.
Ecco, Maximilian D’Andrea ha creato un parco giochi per sognatori e divoratori di vita. Mai vista e vissuta una tale atmosfera carica di sensualità, elettrica e calda allo stesso tempo, violenta e piena di sussulti, eccitante e vellutata, un misto fra Wide Eye Shut, carnevale veneziano, la Parigi degli anni trenta e, al primo piano, la New York degli 80’s.
Donne mozzafiato, sorridenti, che parlottano felici fra di loro, altre che guardano sognanti i propri fidanzati, gruppi di amici in vena di regalarsi una serata spensierata e fuori dal mondo. 
E poi i piatti di Rafael Rodriguez, bombe dal gusto forte e dall’impatto devastante, i cocktail di Joy, perfetti per una sera che promette languide meraviglie. “E’ il miglior chef peruviano in Europa”, gongola Maximilian. “L’ho conosciuto in Sardegna, l’estate scorso, mi sono subito innamorato. Io sono nato in Venezuela, dove i miei genitori, italianissimi, erano commercianti di pesce. Poi ho vissuto per due anni a Miami e lì mangiavo quasi sempre peruviano, in un posto di nome Cheviche 105. Appena ho assaggiato un paio di piatti di Rafael gli ho fatto una proposta, per fortuna ha accettato subito”.
La felicità immediata é assicurata, la musica è degna del miglior film hollywoodiano, quelli che guardi e dici “dai, solo nei film americani esiste una tale atmosfera, nella vita dei comuni mortali non sarebbe possibile”.
Un luogo dove cibo e sesso convivono alla massima potenza. Torneremo presto. Voi andateci.

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