Bistrot, che confusione

La parola bistrot forse suona bene, ma in Italia la gran parte della gente non ha la minima idea di cosa possa essere e rappresentare per davvero. Non lo sanno i clienti e ancor meno alcuni proprietari di locali che pensano di attirare la gente mettendo ben in vista la scritta “bistrot”. Pensano che fa fine, chic, cool, si illudono che la musicalità di una parola possa rendere il proprio locale interessante e appetibile. E’ come dire “io ho una visione cosmopolita, ho girato il mondo, per cui vi propongo qualcosa di gran classe”. Errore, anzi errore tipico da provinciale che vuol dare di sé un’immagine da uomo vissuto ed elegante.

Poi ci sarebbe l’altra categoria, che vive con un certo complesso di inferiorità e con il timore di non saper essere al passo con i tempi. Sono quelli che si vergognano di dire che aprono una trattoria, oppure una osteria, partendo dall’idea (falsa) che qualcuno li considererà desueti, antichi, fuori dal tempo e grezzi, che resteranno fuori dal giro che conta e che i giovani non varcheranno la loro porta, ancor meno quelli che seguono le tendenze ed i pr che propongono posti moderni, alla moda.

Sono tutte fandonie, errori che commette la gente con poca autostima, perché è vero il contrario: scrivendo trattoria si ha subito una chiara idea dei piatti e dell’atmosfera che troverai, mentre mettere il nome bistrot sull’insegna del locale crea solo confusione. Ed è risaputo che nel dubbio la gente sceglie di non scegliere. 
Cena non scena, ricordatelo sempre. Per la cronaca il bistrot vuol dire piatti semplici, immediati, diretti, veloci da preparare e da mangiare, niente lunghe lavorazioni, un’atmosfera assai spartana, con servizio informale, cordiale e conviviale, senza tovaglie, con tavoli vicini. Bracciole, cotolette, filetti, magari due piatti di pasta, niente di più: una scelta limitata e un prezzo equo. Ma soprattutto il bistrot ha un’anima, un ritmo tutto suo, una patina de tempo che spesso fa la differenza, quella sensazione di vissuto.

Certo, c’è stata poi l’evoluzione, il così detto neo bistrot, avvenuta una decina di anni fa a Parigi, ma qui ci stiamo allontanando dalla questione, perché il neo bistrot è parente del grande ristorante, è il così detto bistronomique. Aperture solo in pieno centro e con ai fornelli chef famosi, una garanzia per la bontà dei piatti e la qualità delle materie prime, perché di questo si tratta, l’esaltazione degli ingredienti eccellenti e piatti classici reinterpretati. Facciamo un esempio: all’ora di pranzo si ha poco tempo ma si vuole mangiare bene lo stesso: qualcosa di consistente e gustoso, facilmente riconoscibile, un bicchiere di vino, un dolce e poi il ritorno al lavoro. 35-40 euro spessi bene, insomma. La bistronomia non è proprio una trattoria, ad ognuno il suo, non ha senso fare confusione, ognuno deve fare quello che sa fare meglio.

In Italia le trattorie, in Francia i bistrot o neobistrot: patti chiari amicizia lunga, ma soprattutto chiarezza per il cliente, che vuole concretezza, non fumo negli occhi.

A Milano c’è qualcuno che si avvicina al concetto appena espresso, pur non avendo un locale dove si possa respirare una tale atmosfera: si chiama Taverna Calabiana, ne abbiamo parlato qualche numero addietro. I piatti sono semplici e davvero molto ben fatti, quello che ci ha sempre impressionato è la clientela: amministratori delegati di multinazionali, banchieri, stilisti e manager, ovvero gente che all’ora di pranzo esige determinate garanzie: un ambiente rilassato e dei piatti realizzati con ingredienti superlativi. Il patron, Alessandro Roggero, li conosce tutti e sa cosa proporre ad ognuno: è un grande oste, lo capisci dal rapporto con gli altri e soprattutto da come si fidano di lui. Il posto non è chic, anzi, è semplice e spartano. Quasi un bistrot. Con prodotti e piatti italiani. Il massimo.

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