Gong, magia pura

Come si inizia un articolo su Gong e su Giulia Liu?

Perché, ammettiamolo, quando entriamo nel suo tempio il dubbio è sempre lo stesso: ci dobbiamo concentrarci sui piatti o su di lei? Perché quello che è riuscita a creare ha dell’incredibile, è evidente che il successo del ristorante è quasi interamente merito di Giulia, ad ogni centimetro percepisci il suo tocco, l’eleganza e la determinazione, la raffinatezza e la leggerezza: sono i suoi marchi di fabbrica.

Ha fiuto, occhio, talento, forse anche per via degli studi che ha fatto da giovanissima, quando seguiva corsi di moda. E’ felpata e decisa, una imprenditrice straordinaria.

Come noi la pensano tantissimi altri, visto che ogni santo giorno all’ora di cena non si trova un posto, e badate bene che il ristorante è capiente, un centinaio di coperti. Non importa se vieni ad agosto, oppure a novembre, il lunedì oppure il venerdì: impossibile trovare un tavolo libero.

Si mangia divinamente, il locale è stupendo, l’atmosfera è incantevole: va da sé che viene preso d’assalto dagli intenditori della cucina e dagli esteti, dai cultori del bello e del buono. Imprenditori, chef stellati, modelle, giornalisti, architetti e personaggi della tv che conta: sono tutti qui e lo saranno anche domani.

Difficile trovare a Milano un ristorante che nell’arco di un anno soltanto abbia fatto un balzo così gigantesco in avanti: sta galoppando verso la stella Michelin, ma soprattutto viene preso d’assalto dalla clientela ed è apprezzatissimo dalla critica, all’unanimità, fatto assai inusuale ma pienamente spiegabile. Non troverai mai un esperto di food che non elogi ed esalti Giulia e Gong: mai.  

C’è una ricerca continua, spasmodica, c’è la voglia di stupire, di sorprendere e di incantare, c’è entusiasmo e la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta: non vogliono fermarsi, anzi. E’ tutto perfetto o quasi, dal servizio al ristorante in sé, dalle posate ai piatti. Brilla tutto, non ne hai mai abbastanza di un luogo del genere.

E’ un caso da studiare, per una serie intera di motivi. Il primo, la clientela. E’ quasi interamente milanese e di un ottimo livello. Fatteci caso: fino a pochi anni addietro si andava in un ristorante cinese per via del prezzo e della voglia di un involtino primavera. Certo, Gong non è un ristorante di questo tipo ma la gente vive di stereotipi, quella di Milano ancor di più. Ecco, Giulia è riuscita a far venire e tornare quel tipo di persone che ti guardano sempre dall’alto in basso, quelle esigenti in maniera esagerata, che sanno solo pretendere. Per loro dire che sono stati a cena in un ristorante con una proprietà cinese poteva essere un boomerang: inutile continuare il discorso, tanto vi è già tutto chiaro. Chi bazzica il centro di Milano conosce il loro modo di pensare: “Sei quello che mangi e dove mangi”, la vedono così, è un modo per etichettarti e difatti ora sono orgogliosi di raccontare che hanno cenato qui, per di più arrivano con delle aspettative che, puntualmente, vengono superate.

Da Gong li vedi sempre, anche se oggi sarebbe folle non tornarci: è sicuramente uno dei migliori ristoranti in assoluto, in più abbiamo notato che la clientela parlotta felice. Avete fatto caso? Solitamente in un locale asiatico regna il silenzio, difficile sentire dei rumori, si sussurra: qui invece c’è sempre profumo di festa, si ride, segno evidente che la gente si sente bene, è rilassata e spensierata.

Quello che Giulia riesce a costruire giorno dopo giorno sa di magia: ha intercettato i gusti dei milanesi esigenti, aggiungendo quel tocco di eleganza e sensualità tipica del mondo asiatico. Oggi Gong è un tempio della cucina, come d’altronde Iyo, sono entrambi dei veri colossi della ristorazione meneghina.

In più, Giulia ha compiuto il miracolo di far convivere due chef diversissimi uno dall’altro: 18 mesi fa l’italianissimo Guglielmo Paolocci è venuto ad affiancare Keisuke Koga. Non si ricordano altre situazioni simili, già mettersi d’accordo con uno è dura, figuriamoci con due, per di più con caratteristiche e conoscenze così opposte. In cucina fila tutto liscio, i due sono inseparabili, non dimostrano gelosie e ancor meno insofferenze, si completano e si sostengono. Quando c’è da mettersi in posa per un servizio fotografico sanno che toccherà ad entrambi, nessuno dei due dimostra di voler prevalere sull’altro.

E poi, continuando a parlare dei meriti di Giulia: in un ambiente prettamente maschile, è riuscita a imporsi e a imporre le sue regole: perché sì, è davvero gentile e felpata, sorridente e tutto il resto, però dietro le quinte è un sergente di ferro, è decisa come poche. Raramente abbiamo incontrato una tale disciplina e un servizio di un livello così alto: magnifico.

Il ristorante in sé è un gioiello, un misto di nero e oro. Ci sono spazi fra i tavoli, solo un paio si trovano vicini uno all’altro. Ha quell’eleganza che non pesa, è il classico locale che sprigiona seduzione, che piace alla gente che piace, potresti trovarti a Londra, oppure a Hong Kong, a New York oppure a Dubai, l’atmosfera è davvero internazionale, le good vibes le percepisci subito.

Considerarlo asiatico sarebbe leggermente sminuente, i piatti e l’ambiente sono internazionali, cosmopoliti, ricchi di contaminazioni.

I piatti sono allo stesso tempo intriganti e rassicuranti: alcuni richiedono lumi di candele, altri pungolano il desiderio amoroso. Man mano che si va avanti con il percorso degustazione il fuoco inizia a vibrare nelle vene, l’avventura è sempre più eccitante.

Molti sono afrodisiaci non solo per la combinazione dei gusti, ma anche per l’estetica.

Alcuni sono potenti e vigorosi, pieni di contrasti sorprendenti, altri ti spiazzano per l’armonia totale e per l’equilibrio dei sapori, toccandomi davvero l’anima.

E’ una cucina ispiratissima, a tratti perfetta, con l’aggiunta che il menù degustazione cambia spesso e di conseguenza diventa ancor più difficile mantenere un livello così alto: lo si sa, non tutte le idee sono vincenti, alcune proposte possono risultare deludenti e deboli. Da Gong non accade.

E ora, ascoltiamola.

  • Perché il ristorante si chiama Gong?
  • Nella cultura cinese il gong ha un significato importante, è una inizializzazione, rappresenta la filosofia del ristorante e anche le mie origini.
  • Chi ha deciso gli interni, i colori, il concept? Cosa c’era qui in Corso Concordia prima del tuo arrivo?
  • C’era una filiale della Montepaschi di Siena. Confesso che le idee mi sono venute parlando con Nisi Magnoni, uno degli architetti: è stato davvero illuminante, ha saputo imprimere e trasmettere un’anima e una identità forte, era quello che gli avevo chiesto. I colori li ho scelti io, la parte architettonica è stata opera sua, al nome ci siamo arrivati insieme. Guardandolo oggi posso dire che mi rispecchia, sono molto affezionata ai gong in sé, li sento miei.
  • Cosa doveva raccontare Gong alla clientela milanese, cosa voleva portare di nuovo?
  • Voleva stupire ed essere unico. Difatti i ravioli colorati li abbiamo proposti noi per primi, nessuno ci aveva pensato: dopo ci hanno copiati in molti, anche se onestamente potevano pensarlo gli altri, molto tempo fa.
  • Scegliamo tre piatti che rappresentano appieno il ristorante.
  • Sicuramente il raviolo wagyu, perché racchiude il mio mondo: c’è la tecnica francese, poi la tradizione cinese, il richiamo al Giappone e la lavorazione, prettamente italiana. Sono i quattro mondi che convivono qui da Gong. Poi il raviolo d’oro, omaggio alla città di Milano, con il ripieno di ossobuco e sotto la crema di zafferano. Il terzo é Maci, ovvero la ricciola del Pacifico affumicata con legno di ciliegio e melo, servita con la salsa sumizu, che vuol dire aceto più la soia fermentata.
  • Dovessi raccontare Gong in una frase, cosa diresti?
  • E’ un ristorante di chiara ispirazione cinese con delle contaminazioni internazionali. Da Gong trovi tracce di cucina italiana, francese, cinese e giapponese: è il nostro valore aggiunto, la nostra nota che ci differenzia dagli altri e ci rende unici.

Lo siete. E soprattutto lo sei tu.

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