Max D’Andrea. L’uomo delle good vibes

Non so voi, io però me lo chiedo sempre, anche tante volte nell’arco di un’ora. “È qui che voglio trovarmi, al miliardo per cento?”. La domanda vale quando sono assieme ad una donna, quando mi trovo, spesso mio malgrado, con altre persone e perfino quando mi trovo in un ristorante. Se la risposta è no, allora giro i tacchi e me ne vado, la vita vale solo se vissuta al miliardo per cento con chi vuoi e dove vuoi, altrimenti meglio lasciar stare subito. Avere accanto e attorno persone che non ti piacciono e non ti esaltano completamente è uno spreco di tempo imperdonabile. Un’altra domanda ricorrente è “Qual è stata la miglior giornata della mia vita? Quella di oggi può diventarla? Ho fatto abbastanza perché lo fosse?”.

Siccome si vive esclusivamente per essere leggeri e spensierati, sognanti ed entusiasti, mi trovo sempre alla ricerca della giornata indimenticabile, solo che uno si deve pur muovere nella direzione giusta perché ciò accada. Ecco, andare a cena al The Fisher é una garanzia in tal senso. In questo momento non esiste a Milano un altro posto che possa caricarmi e farmi sentire così felice: l’atmosfera è a dir poco ipnotica, fin dall’ingresso. Appena entri hai la cucina a vista davanti a te, mentre sulla destra si intravede il tavolo da gioco utilizzato come banco del bar. Dietro al bancone c’è lei, Angelica, è già ti pare di trovarti in una fiaba, come le pubblicità d’antan di Campari e simili. È una fiaba lei, è una fiaba quel ronzio piacevole della gente che parla felice: l’ho già scritto e lo ripeto, perché in un locale c’è qualcosa che non si può comprare, ancor meno imparare, oppure insegnare: le good vibes. Qui ce ne sono a non finire, anzi, strabordano, più ci torni e più le percepisci, in un crescendo di emozioni e vibrazioni che non ti basta mai e sarebbe un delitto ti bastassero. 

L’ultima volta che ci sono stato era tutto così bello, intenso e adrenalinico da sembrarti di vivere la miglior giornata della tua vita, tanto per tornare alla domanda iniziale. Pareva di essere a Capodanno e invece era un qualsiasi giovedì di inizio giugno: man mano che il tempo passava mi sentivo come ipnotizzato dalla gente e dall’atmosfera, c’era in aria quel rumore piacevolissimo, la gente sprigionava la felicità assoluta. Il merito va a Maximilian D’Andrea, è uno dei pesi massimi della ristorazione italiana e non solo, visto che El Carnicero a Ibiza sforna numeri da sballo (fra l’altro è il ristorante più capiente dell’isola, non a caso si arriva a 500 coperti ogni sera). Le vibrazioni non si comprano, dicevo, non si impara e non si insegna come trasmetterle, uno ha questo dono oppure no. 
Lui ci riesce, forse nemmeno lui sa come. Certo, i piatti di Rafael Rodriguez aiutano, e tanto, tantissimo, ma hai la sensazione che pure lui si lascia trascinare da Max in questa impresa fantastica chiamata The Fisher. Poi certo, ci sono Angelica e anche Joy, l’altro bartender, perché Max sa come toccare le corde giuste, dove insistere e dove far colpo, accontentando sia le donne sia gli uomini in cerca di forti sensazioni, visivamente ed esteticamente parlando. 

Alle 21 il piano terra era stracolmo (il locale ne ha quattro, di piani), la gente sprizzava felicità da tutti i pori, avevi la sensazione che nessuno avesse minimamente intenzione di lasciare quel posto così carico di bellezza, di sensazioni e di piacere. È straordinario, è un posto ricco di fascino, ideato e costruito senza un punto debole, è un luogo formidabile, dove tutto può accadere e dove si mangia bene, dove non si spende tanto e dove hai una voglia verace di tornare già domani. È un posto per nulla italiano, è più losangelino, oppure londinese, è un po’ anni Trenta e tanto cosmopolita, la gente entra sognante ed esce frastornata dal piacere. In mezzo a tutto questo Max ci sguazza, gli piace vedere la gente contenta e fa di tutto per accontentarla. Il giorno successivo, alle 19.30, con il locale deserto, ma con Angelica già pronta per mescolare i suoi cocktail magici, eccomi a parlare con lui, in una sorte di casino creativo, con cuochi che iniziano a preparare la linea e camerieri che girano senza sosta, ultimando la mise en place e aspettando la clientela. 


–       Si aspettava un successo del genere, già da subito?
–       Onestamente me l’aspettavo più facile: oggi la concorrenza è feroce, qualche anno fa avrei avuto una vita più in discesa. Comunque sono visceralmente convinto di poter fare la differenza con questo locale, vivo per questo.
–       Finora si può considerare contento di come vanno le cose?
–       È presto per dirlo.
–       Vista l’importanza dell’investimento e la grandeur del posto, The Fisher è un punto d’arrivo? È la sua opera definitiva? 
–       Per nulla, è solo un punto di partenza. 
–       Possiamo fare un primo bilancio e inquadrare The Fisher, a otto mesi dall’apertura?
–       È un ristorante particolare, non italiano, bensì internazionale, per gente che ama divertirsi e mangiare bene, per un pubblico adulto, di spessore. Diciamo che è un posto che non può lasciarti indifferente. Se lo capisci ed entri nel mood lo apprezzi, altrimenti lo critichi. Il menù è molto articolato, non ci siamo limitati ai soliti piatti che trovi nei classici ristoranti di pesce, non a caso ho portato qui Rafael Rodriguez.
–       Di lui e del vostro incontro mi aveva già parlato due numeri fa.
–       Sono sempre più convinto di aver fatto la scelta giusta, puntando su di lui. Come le ho già raccontato nel passato, io sono cresciuto fra Venezuela e Miami, per cui ho sempre assaggiato e amato la cucina sud americana e contaminata. A Miami andavo quasi sempre in un ristorante peruviano, Ceviche 105, mi piaceva da matti. L’estate scorsa mi trovavo in Sardegna, Rafael lavorava da quelle parti, ho assaggiato due piatti e gli ho fatto subito una proposta, per fortuna ha accettato subito. 
–       The Fisher è replicabile altrove?
–       Si, certo, però è impegnativo, non è un format facile da portare altrove, ci vuole la gente giusta. Di sicuro è un ristorante che vedrei bene a Miami, a Los Angeles, a New York, Dubai, Buenos Aires e ovviamente a Ibiza. 
–       E’ un ristorante nato e creato in base ai suoi gusti?
–       Si, perfin troppo. È un limite e un vantaggio allo stesso tempo. Un limite perché solitamente devi immedesimarti nel cliente, un vantaggio perché lo vivo in maniera più viscerale, sentendolo mio al milione per cento. Diciamo che ho pensato che tutti fossero come me e che avessero i miei gusti, con il senno di poi un po’ mi fa sorridere. 
–       Quando l’ha immaginato e disegnato, a chi pensava in maniera particolare? Mi dica un nome, un personaggio che aveva in mente di vedere seduto qui al The Fisher.
–       Cindy Crawford. 
–       Proviamo a scegliere tre aggettivi per raccontare il ristorante.
–       Eclettico, sensuale, diverso. 
–       Già che ci siamo facciamo una veloce carrellata sugli altri ristoranti che possiede: El Carnicero, come lo possiamo definire?
–       Friendly, vincente, chic. Parlo per quello in Via Spartaco, quello in Corso Garibaldi invece è più commerciale e per un target over 40. 
–       Tornando al The Fisher, chi le piacerebbe avere a cena come cliente?
–       Donald Trump. 
Da vincente a vincente.

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