Al cliente chi ci pensa?

Certo, la ricerca. Certo, i sedici tipi di acidità. Certo, l’innovazione. Però, una domanda: in tutto questo che ruolo ha la clientela? Al cliente ci pensa ancora qualcuno, o è diventato una specie di mobiletto fastidioso? Perché qui non si tratta di un museo, oppure una mostra dove uno chef espone e il pubblico passa in galleria ad esprimere un giudizio: “Bello”, “Questo non mi piace” e via dicendo.


A furia di seghe ai convegni e discorsi da premi Oscar (quando gli Oscar non erano una farsa, valevano davvero e venivano dati ai film di valore, non a quelle zozzonaggini politically correct) qualcuno ha perso il senso del suo lavoro. Ormai lo chef sale in cattedra e dice la sua sulla qualunque: terzo mondo, clima, le Barbie, i Ken, i giocattoli erotici, le orge, insomma un tedio continuo che però fa comodo (a loro stessi, ovviamente).


Dunque, in tutta questa ricerca, il cliente conta qualcosa oppure no? Al suo piacere ci pensa ancora qualcuno? O è tutta una autoreferenzialità che magari porta applausi e riconoscimenti allo chef, e al diavolo se si riempie il ristorante perché tanto poi si va a parlare davanti a mille persone ad un convegno sul sesso degli angeli e si incassano 5.000 di gettone?
Qui non è come con i film da festival, sovvenzionati dallo stato e chi se ne frega se non portano mai uno spettatore (perché mai ne hanno portato uno e vorrei vedere, visti gli argomenti e i ritmi lenti). Qui si dovrebbe pensare al piacere del cliente che esce per passare una serata piacevole. E invece no.
Poi certo, se lo chef è anche il proprietario del ristorante sono gli affari suoi, fatto sta che pensa solo a sé stesso soprattutto quando lavora per un altro.
Attenzione: nessuno vuole tornare al mondo delle polpette al sugo che poi ti colla sulla maglietta sdrucita, unta e sudata.
L’ho scritto anche sabato: si é messa in moto una macchina pericolosa, dove chef megalomani e giornalisti desiderosi di passare per superiori stanno facendo deragliare il mondo della ristorazione.


Tu leggi e ti dici: “Ma qui si parla di un ristorante o della teoria della relatività? Chi mai vorrebbe portare la fidanzata in un posto del genere?” Alcuni chef stanno diventando ridicoli nei loro modi rigidi, compiaciuti e autoreferenziali, portati sul palmo della mano di giornalisti altrettanto ridicoli, con pochi lettori e per questo smaniosi di darsi un tono, tradotto “io non sono molto letto perché mi occupo di argomenti raffinati, non per tutti”.


Pare di tornare ai tempi delle sfilate dell’haute couture, quella robe con capelli alti due metri e abiti pittoreschi che nessuno ha mai indossato ma che la stampa di settore faceva passare per rivoluzionari (tanto lo stipendio corre).
E ora guardate la foto del piatto di Nino Di Costanzo: è l’opposto di tutto ciò, lui è l’opposto di tutto ciò. Pensa esclusivamente al cliente, niente ideologie e retoriche bolse e melense, non vuole insegnarti nulla, vuole solo farti stare da dio e mangiare divinamente: ci riesce, eccome.

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