Dom preciso. Austero e generoso. E poi?

Chiedo aiuto a casa, compro una vocale. Magari fosse così facile. La vicenda è intricata assai. E’ complicata, ma anche comica e folcloristica, perché tocca dei tasti sensibili che più sensibili non si può: in questo caso, la voglia feroce e pittoresca di alcuni giornalisti di mettersi in evidenza e di dire al mondo intero che pure loro esistono. Vogliono dire la propria, con presunzione e insistenza. La sagra dell’io io io gioca brutti scherzi.

E’ lecito farlo, però Gesù, un po’ di amor proprio e di consapevolezza delle qualità che uno ha (si, ciao Pep): ma tant’è.

Va anche detto che in molti stanno smarrendo la bussola: l’argomento alta ristorazione e simili sta rovinosamente perdere la ragione ai più. La smania di protagonismo e di essere invitati qui e lì crea dei mostri: purtroppo il fenomeno non pare in calo, anzi. E così succede che taluni insistono fino allo sfinimento con i capi per occuparsene di chef e vitigni, spesso più per la voglia di viaggiare e mangiare gratis che per passione e competenze (quali, poi?). I capi, pur di non averli fra i maroni, dicono ok, va bene (aggiungendo, basta che ti togli di mezzo).

Ci stiamo dilungando. I fatti.

Leggo che il Dom Perignon Plenitude 2 del 2002 è “uno champagne al massimo della vitalità, più ampio, più profondo, intenso, preciso e vibrante, un sottile gioco fra freschezza e maturità, austerità e generosità, mineralità e sensualità”. O perdindirindina.

Gesù, sorseggi e capisci tutto questo? Cos’è uno champagne preciso? Come si capisce che è preciso? Dopo quanti sorsi lo si capisce? Lo capiscono solo quelli bravi, oppure vale anche per i pivelli? Ma poi come si può essere freschi e maturi allo stesso tempo? Si può essere austeri e anche generosi allo stesso tempo? E’ come dire di una donna che è giovane e anziana, alta e bassa, bionda e mora, magra e in carne, bella e brutta. Perdio, fermatevi: già i sommelier ti stanno prosciugando con discorsi tediosi e non richiesti al ristorante, abbiamo già dato.

E poi questo tono saccente, da pontefice del vino, da esperto alle vongole, questo atteggiamento da guru fa davvero ridere, anche se qualcuno più che ridere inorridisce.

Forse l’ansia di fare bella impressione prevale sul buon senso, accade spesso. Quante volte non si cerca di esagerare nell’intento di conquistare il prossimo e la prima pagina, magari anche in maniera involontaria?

In tanti vogliono stupire per via di un’infantile e patetica sete di protagonismo, scrivono già immaginando i complimenti dell’azienda vinicola, sperando poi in un regalo per fine anno e ovviamente in un altro invito. Quando “la nostra” ha partorito ciò forse pensava a tutto questo, oppure a come le maison concorrenti faranno la gara ad invitarla, non volendo perdere l’occasione di una recensione simile. Chi non vorrebbe leggere che il proprio champagne fosse preciso e profondo, austero e generoso?

Di sicuro gli uffici stampa battono le mani e ringraziano, dicendo che mai avevano letto un articolo così bello. Vivere per mentire, che bellezza.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *