I piatti tradizionali hanno un futuro?

I piatti tradizionali hanno un futuro? Soprattutto in alcune città, tipo Milano, dove di milanesi veri e puri non ce ne sono (quasi) più? Per fare un esempio pratico, l’ossobuco lo si troverà ancora nei menù dei ristoranti? Ci saranno abbastanza persone desiderose di ordinarlo? A naso no. La parola tradizione non è una tassa, le nuove generazioni ordinano – giustamente – solo quello che sa di nuovo e di moderno.  Siccome i ristoranti storici battono la fiacca (alcuni hanno chiuso, altri resistono, ma sono davvero pochi), è dura pensare che i nuovi ristoratori possano stravedere per piatti del genere. Semplicemente non conquistano la clientela, turisti e poche eccezioni a parte.

Si può fare qualcosa per invertire il trend? Forse, ma prima si deve capire se ne vale la pena, economicamente parlando. Probabilmente no. L’ossobuco viene ordinato soprattutto dalle persone abitudinari e assai anziane, per cui lo tiene in carta e lo propone chi ha questo tipo di clientela. Per il resto, nessuno ci pensa. Ci vogliono i numeri e i numeri non ci sono.

Per avvicinare l’ossobuco alle nuove generazioni ci vuole un colpo da maestro, qualcuno che possa farlo passare per un piatto frizzante e intrigante, sexy e sensuale. Altrimenti, ciao ciao, è stato bello, resterà nei libri di ricette. Nessuno deve nulla a nessuno, per cui sparirà.

A meno che, ripeto, i giovani chef non trovino la chiave per riproporlo in maniera scintillante e frizzante.

Giorgio Gramegna l’ha trovata, nel suo pirotecnico e spumeggiante Gourmet Lux Social Club (la parola social inganna e smorza gli entusiasmi, lo so).

Ecco il suo ossobuco, pimpante e gustoso, esteticamente invitante.

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