Camilla Baresani. Da incorniciare

E’ un articolo illuminante. I ristoratori e gli chef lo dovrebbero incorniciare, o per lo meno prenderne atto. D’altronde tutto, ma proprio tutto quello che scrive Camilla Baresani sarebbe da custodire e incorniciare.

Per farla molto breve, sostiene che i giovani non sono molto attratti dalle tradizioni, anzi, provano quasi imbarazzo, pensano che vale solo la novità, per poi tornare sui loro passi in età matura.

Tradotto, prendete spunto: i piatti tradizionali sono una certezza se si punta prevalentemente ad una clientela matura.

“C’è un’età della vita, tra l’adolescenza e i trent’anni, in cui rifiutiamo le nostre origini. Capita che ci vergogniamo dei nostri genitori (li vorremmo come il tale o il talaltro), che rifiutiamo il gusto delle cose con cui siamo cresciuti, che vogliamo esplorare il mondo e appartenergli cancellando le radici, come se fossero un delitto. È l’età in cui ancora non si conosce il sapore della nostalgia.
Su questo meccanismo centrifugo che si impossessa delle nostre giovani vite si sono scritti infiniti romanzi e film. Storie di provinciali che vivono “sognando California”, come nella canzone dei Dik Dik, e poi un giorno quel sogno si spegne o va a monte o si realizza, ma in questo ultimo caso succede sempre qualcosa che riallaccia il protagonista al passato che voleva occultare. È la letteratura del “sogno infranto”. Ci sono quelli che restano, quelli che se ne vanno, quelli che tornano. Sognano sushi, appartamenti in grattacieli di vetro con vista sugli uomini formica, fiumi di champagne e poi si trovano a rivalutare un cartoccio di alici fritte, la cascina dei nonni”

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