Serena Righele. Il mio Lorenzo. Si, Lorenzo Cogo

Com’è il detto? Accanto ad un grande uomo c’è sempre una grande donna. Aggiungiamo: se lei lo ama pazzamente, se gli trasmette quell’energia a colori che solo le donne follemente innamorate riescono a trasmettere, a quel punto lui diventa invincibile, si sente il re del mondo. Probabilmente è quello che capita a Lorenzo Cogo da quando vive assieme a Serena Righele. Lei è la sua ombra, il suo braccio destro e anche sinistro, la sua voce, l’assaggiatrice, il critico più duro, la fan numero uno, anzi, la numero zero. Serena vive con lui e per lui. E’ raro, rarissimo vedere una coppia del genere. Proprio per questo motivo e per mille altri le abbiamo chiesto di raccontarci la loro vita insieme. Non immaginavamo un tale fiume di parole. Confessiamo: abbiamo tagliato un bel po’ di frasi, a malincuore. Lo spazio a volte è tiranno.

“Lorenzo è come Batman: un super eroe mascherato dove la cucina è la sua Gotham City fatta di lavoro, sacrificio, determinazione e perfezionismo; a casa diventa Bruce Wayne, un dolce ragazzo cresciuto troppo in fretta che ha solo bisogno di un abbraccio e di un sorriso”. 

“La nostra storia inizia in maniera molto buffa. 

Era il 2013, fine estate, un sabato mattina mio padre mi chiama dicendomi che sul Tg3 Veneto stavano facendo un servizio sul giovane chef rampante. Sono andata a guardare: tra me e me ho pensato “che brutto e chi se ne frega”.

Qualche mese dopo, sempre assieme al mio padre, siamo passati per Marano Vicentino cercando il ristorante senza trovarlo (El Coq era segnalato con una via sbagliata e spesso i clienti si perdevano). Pensavamo fosse un ristorante fantasma”.

“Arriva poi novembre. Ai tempi lavoravo in uno studio di fotografia come assistente e passavo molto tempo tra matrimoni ed eventi. Uno di questi avrebbe ospitato una serata sul cibo e design: tra i vari chef ospiti c’era anche Lorenzo.

In quel periodo ero una single sempre in festa, mi divertivo molto, l’idea di trovarmi un fidanzato non mi sfiorava minimamente. 

Appena arrivata me lo sono trovato davanti, bello e concentrato. Mi ero avvicinata con l’intenzione di sistemargli i fari delle luci: lui, si gira, mi guarda e mi chiede “Ma tu chi sei? Piacere Lorenzo”. Il resto è storia. 

Neanche il tempo di tornare a casa mi aveva già scritto un messaggio per ringraziarmi della bella serata”. 


“In quel periodo Lorenzo aveva deciso di passare da dieci tavoli a cinque, dimezzando i costi. Per gioco mi ha chiesto se avessi voglia di aiutarlo ogni tanto. Mi ha messa in sala, da sola, quando non sapevo nulla, neanche portare un vassoio e dove mettere le posate.

E’ stata dura, non avevo tempo per nulla e neanche per stare con i miei genitori, a cui sono molto legata.

Si litigava molto – lo facciamo anche adesso, ovvio- ed è stato un periodo molto tosto. Io volevo studiare ancora, con la pressione dei miei genitori alle spalle. Volevano che la figlia avesse una vita importante, una carriera seria, non fare la cameriera. 

Trovarsi davanti il primo ispettore Michelin è stata adrenalina pura e credo di avergli fatto anche tenerezza”. 

Prima di incontrarlo pensavo come la gran parte delle persone: perché pagare tanto per un piatto misero? Adesso se uno mi fa un discorso così me lo mangio vivo. Dipende l’apertura mentale che si ha per comprendere. 

Appena incontrato Lorenzo, il mio palato è esploso di gusti ed emozioni mai provate: ormai sono la prima persona che assaggia tutto quello che esce dalla cucina. Lui si fida del mio giudizio, anche se mi risponde scocciato frasi del tipo “non capisci nulla”. Spesso e volentieri mi ascolta e non lo ammette”.

“Quando ha preso la prima stella io non c’ero, aveva un’altra fidanzata:

però ogni riconferma è come riceverla per la prima volta. Grandissime emozioni e tanta tanta tensione.

La vita quotidiana accanto ad uno chef star è frenetica e senza fiato,

vivo in apnea tutti i giorni, tutto il giorno.

Non hai orari, non hai tempo, non hai pranzo e cena a casa seduti, non hai la colazione tranquilla, non vai a letto presto, hai perennemente il pensiero a come far star bene la gente e metti da parte la tua vita. Parli di lavoro, solo lavoro, anche a casa.

Ringrazio quel giorno in cui l’ho incontrato, perché mi ha davvero cambiato la vita”.

“Garibaldi è stata una scelta che durava da molto tempo.

Vicenza l’avevamo puntata come meta già dall’anno precedente, quando erano arrivate molte offerte da tutta Italia.

Marano ci stava stretta: da una parte troppo piccola, da un’altra più di così non si poteva fare. Ricordo di aver detto a Lorenzo: “Se ci dobbiamo spostare dobbiamo farlo nel posto più bello e più grande della città”.

Abbiamo aperto il 19 luglio, il 30esimo compleanno di Lorenzo.

Per 6 mesi abbiamo praticamente dormito al ristorante, sul divano. Lui si svegliava alle 3 per preparare i croissant e le colazioni, mentre io stavo tutto il giorno alla cassa, al piano di sotto, poi la sera salivo a dare una mano a El Coq: nel frattempo gestivo l’ufficio e tutta la parte organizzativa e gestionale”.

“I suoi piatti che mi piacciono di più? Ce ne sono tanti, quasi tutti, ma uno in particolare mi ha fatto impazzire: gambo dello spinacio (sembra un sedanino di pasta) saltato in padella con burro di capra affumicato, erba cipollina e lumache. 

Non so dire perché, ma è una esplosione di gusti. E’ un vecchio piatto di Marano, molto semplice, che mi è sempre rimasto in mente.

Solitamente, più sono piatti cerebrali e più mi piacciono: assaggiare, gustare, ragionare e poi capire. Se voglio qualcosa di più semplice scendo al bistrot e mangio lo “Spaghetto al pomodoro Garibaldi”: sfido i Cerea a fare il sugo così buono come il nostro”. 

“Quello che mi piace della cucina di El Coq è la grandissima digeribilità e la leggerezza. E poi ogni ingrediente del piatto lo senti, lo vivi, e si amalgama con gli altri fino alla pulizia del palato che ti lascia pensare. Dolce, salato, sapido, e finale amaro”. 

“La nostra fuga di ogni anno sono i Paesi Baschi, perché Lorenzo ci ha vissuto per un anno e mezzo, è il suo posto del cuore. Per noi la cucina spagnola è avanguardia pura. Sono davanti anni luce, come la cucina del Nord Europa. 

In Italia per me Antonia Klugmann è leggerezza e naturalezza, siamo stati bene sia a Venissa che a L’Argine. 

In Europa Noma è stata la mia esperienza n.1 ma a pari merito c’è Etxebarri: dammi una grande materia prima, gusto, pochi elementi e potenza palatale e sono in paradiso.

La nostra oasi felice è “Da Omar”, a Jesolo. Andiamo sempre d‘estate, il lunedì: cenare lì vuol dire “ferie”, tutto ha un gusto diverso”.

“Gli dico sempre che ha un piccolo criceto in testa che corre nella ruota.  Spesso la ruota si blocca, oppure il criceto è stanco, quindi vedi che i suoi occhi si fermano. Lorenzo non smette mai di pensare o ragionare, neanche quando dorme.

Sapete quante volte si sveglia nel cuore della notte perché ha avuto una grande idea e deve segnarsela? Rischio l’infarto, ma almeno so che sta bene perché è sé stesso”. 

“Confesso, aspetto la seconda stella e anche da tanto tempo.

Non so che sta succedendo negli ultimi anni alla guida, li vedo un pò in confusione.

Il giorno che arriverà, spero presto, butterò giù la Basilica Palladiana: è difficile da raccontare i sacrifici e il lavoro che ci sono dietro. Credo sia un grande sogno che continueremo a rincorrere con tanta energia”.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *