Un mondo sotto sopra

Il titolo del film non lo ricordo e a dire il vero conta relativamente. Contano, come sempre, i fatti.

Dunque. Un giornalista inglese diventa famoso per i suoi articoli irriverenti contro il main stream opaco, presuntuoso, permaloso e polveroso. Fa faville. I suoi articoli fanno tendenza e soprattutto fanno vendere tanto (come ricorda anche Jay Rayner, il giornalista vende giornali non prodotti o persone).
La sua fama attraversa l’oceano così che lo vogliono ingaggiare per un mensile patinato americano. Viene catapultato in un mondo tutto sotto sopra: pr, uffici stampa che amoreggiano con le pittoresche sciure di Manhattan, che fra un evento e l’altro fanno del giornalismo a modo loro (critiche mai, quelle spettano agli altri, le borse in omaggio arrivano mica se si dice quello che si pensa).

L’inglese fa spallucce e dice: “Scusate, mi sono perso qualcosa: dalle nostre parti i giornalisti sono i nemici degli uffici stampa e dei pr, cosa sta succedendo qui?”.
Appunto. Ed eccoci a noi. Visto che in tanti ci tediano con la deontologia (si, ciao Pep, figuriamoci), come la mettiamo con questo incesto ufficio stampa-giornalismo, dove spesso chi fa l’ufficio stampa scrive addirittura sui quotidiani dei suoi clienti stessi (siamo alla follia)? Per tornare ancora a Jay Rayner, ricordiamo i concetti base: chi va al ristorante accompagnato, oppure invitato dall’ufficio stampa, non fa del giornalismo, bensì un altro mestiere.

E’ l’ambizione di ogni giornalista alle prime armi essere apprezzato e accettato dai suddetti. E’ da capirlo, vuoi vantarti con le amiche e far colpo sulle ragazze. “Si, sono stato invitato qui e li”. Valeva soprattutto per il mondo della moda, perché era davvero difficile assistere alle sfilate (del lettore chi se ne frega, ma non cavilliamo, contava l’invito e il regalo di fine anno, altro motivo di cui vantarsi).

Poi però cresci e capisci che esiste il così detto orgoglio, l’amor proprio. In più dovresti anche essere fiero di te stesso quando metti il nome alla fine dell’articolo, non vergognarti di quello che hai scritto (il punto è proprio questo, che non si vergognano).

Morale? Uno si dovrebbe vantare del contrario, ovvero di avere contro di sé gli uffici stampa e i pr, sarebbe segno di essere temuto, ovvero di fare bene il proprio mestiere. Essere sulle black list dovrebbe essere un vanto, e invece sulle black list finiscono quelli che bevono e mangiano troppo agli eventi, oppure i così detti imbucati. Che poi a onor del vero quelli che mangiano e bevono come se non ci fosse un domani sono i mariti delle giornaliste.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *