Florence Guyot. Madame Champagne

Gli anni corrono. Troppo in fretta. Guardi indietro e scopri che conosci Florence da quasi dieci anni. Non è cambiata per nulla. Ha la stessa energia e grinta di sempre, è instancabile e con una passione letteralmente commovente per le sue bollicine, anzi, per i suoi petali. I cinque petali.

Fu una delle prime ad aver intuito l’importanza della comunicazione sui social. Tempo addietro guardavo con assai diffidenza la sua testardaggine nel pubblicare le fotografie dei piatti e dei ristoranti, non mi capacitavo di tale sforzo e spreco di tempo ed energie. E’ stata una sorta di pioniera, come d’altronde per tanti altri aspetti: il teatrino di Vinitaly, le serate con degli abbinamenti legati ad ognuno dei suoi cinque champagne.

Infaticabile, generosa, con il piglio da imprenditrice, gentile e feroce allo stesso tempo. Determinata, sorridente, persuasiva, sa conquistarti. Una one woman show, che a pranzo si trova a Milano e per l’ora dell’aperitivo è a Merano, per poi tornare a Verona all’ora di cena.

Ho scritto di lei per anni. Sui quotidiani, sui mensili e ovviamente sulla rivista che state sfogliando ora, che ai tempi si chiamava Golf Life.

Conosco a memoria le sue cinque etichette, dalla verde alla rossa: l’ho sentita narrare così tante volte sulle origini dei suoi prodotti da poter ripeterlo anche nel sonno.

Ai tempi i suoi discorsi con i ristoratori e i giornalisti iniziavano più o meno così: “Vuoi che ti racconti la mia storia?”. Non facevi in tempo a rispondere sì o no che lei già partiva in quinta. E non la fermavi per almeno un’ora.

Intervistarla di nuovo avrebbe poco senso. Potrei scrivere all’infinito, domande e risposte fatte e ricevute, lunghe conversazioni durante le cene insieme al Baretto, uno dei suoi luoghi del cuore, dove la trattano come una figlia, oppure al Principe di Savoia, altro luogo dove è di casa e dove la conoscono fin dai tempi della prima vendemmia.

Le cene erano un incubo, però aspettate prima di trarre delle conclusioni sbagliate: il problema era legato alle foto. Pure qui è stata una specie di precursore, dicevo prima. Instagram non esisteva ancora, c’era solo Facebook e lei aveva visto lungo. Scattava così tante foto da far diventare matti gli altri commensali, perché nessuno osava toccare la forchetta prima che lei desse l’ok. “Alors, spostati, muovi il bicchiere, ti vedo la mano, vai indietro, ancora più a destra che ti si vede la giacca, così, aspetta, stai lì, no no no, non lì, ma lì”. Ogni piatto cento foto. Si, avete intuito, nel frattempo si freddava il tutto. Ora lo fanno perfino i ragazzini e va bene, fa parte della serata: a quei tempi lo faceva solo lei o quasi. A fine cena, spesso dopo mezzanotte, pubblicava un album, vi risparmio la fatica di trovare un titolo per la serata. “No no, questo non va bene, l’abbiamo già messo l’altra volta. Mmmm no no, dammi un altro”. Che stress. Però ha avuto ragione lei, perché decine di chef la seguivano e poi ordinavano lo champagne dopo aver letto i post. Non ha mai avuto un ufficio marketing, d’altronde chi mai poteva starle dietro e dedicarsi a lei più di lei stessa? E’ stata un passo avanti anche in questo caso: una piccola azienda farebbe meglio a ingegnarsi e fare da sola, perché nessuno riesce a capire il tuo prodotto meglio di te. Nessuno sa quanto sudore, sforzo, caparbietà e notti in bianco hai passato per arrivare fin qui. Non potrebbe esistere una testimonial e una pr migliore di Florence, per quello che riguarda lo champagne di Florence.

Vinitaly, dicevo. Il suo teatrino era ammaliate, in seguito é diventato addirittura un format: jazz, musica dal vivo, champagne e piattini mirabolanti. Sono andati a cucinare per lei Felice Lo Basso, Peter Brunel, Enrico Pomata, Markus Holzer, poi il famoso Ivan e la sua Prosciuttoterapia.

Sa coinvolgerti, è una calamita. Ovunque vai assieme a lei ti trovi attorniato da una dozzina di persone, quasi all’istante.

A dire il vero si era fatta un nome in Italia una quindicina di anni fa, quando lavorava per un’altra azienda: appena lasciò, la maison andò in malora. Non saprei dirvi se esista ancora. E comunque poco importa. Ora partiamo con i pensieri di Florence.

“Sono una predestinata, mi hanno battezzata con lo champagne. Mio trisnonno, Jean Marie, ha cominciato a produrre dei distillati nel 1847. Poi il nonno Henry ha continuato l’attività aprendo una enoteca nel centro di Lione. E’ qui che assieme al mio fratello ho iniziato ad appassionarmi, confezionando i pacchetti regalo natalizi”.

“Ho sempre lavorato nel mondo delle bollicine, vendendo per tredici anni le bottiglie degli altri, poi mi sono decisa di creare il mio prodotto. Yohann, amico di lungo corso, proveniente da una famiglia che da cinque generazioni produce champagne, fidatissimo, mi ha dato in affitto un pezzo dei suoi vitigni, a Damery, terra ricchissima di tradizioni, nella regione di Champagne-Ardenne, nel nord est della Francia. In parole semplici mi ha concesso una parte della sua uva, producendola per me alle mie condizioni: difatti ho personalizzato due fasi del processo dell’elaborazione, perché ho voluto delle bollicine molto naturali con dei lunghi tempi di affinamento in cantina e poco dosati. Volevo uno champagne caratterizzato da una personalità raffinata ed elegante, ispirate alla sensualità di una donna, come nella visione di Alphonse Mucha: il suo quadro, Dance, mi ha indicato la via. Poi dovevo darle un nome: siccome mia nonna si chiama Marguerite, l’ho scelto per tenere vivo il ricordo e il nome della famiglia. Marguerite significa margherita: è così che ho pensato ai petali di un fiore, produrre cinque tipi di champagne in qualche modo legati fra di loro, una sinfonia di sensazioni che si fondono in uno champagne davvero speciale, fra culture diverse e colori. Cinque anni dopo, alla prima uscita pubblica tremavo, non faccio nomi ma un grande albergo mi ordinò 450 bottiglie per un evento, stavo davvero male per l’ansia”.

“Ho creato una gamma originale con i tre monovitigni in purezza.

Ognuno porta il nome di un’emozione, molto legata e in armonia con il vitigno. I cinque petali nascono come per magia, come un destino.

Cuvé Désir è la margherita verde, simbolo di speranza e desiderio. Gli aromi sono fruttati e floreali, tipici del Pinot Meunier.

Cuvée Séduction è invece la margherita bianca, ovvero purezza e seduzione: stavolta gli aromi sono quelli sensuali e cremosi del blanc de blancs.

Cuvée Passion, la margherita rossa, trasmette calore e passione: è uno champagne speziato, strutturato ed elegante per via dell’uva Pinot Noir.

Cuvée Fleur de Flo è un assemblaggio dei tre vitigni e ha delle note fruttate, di bosco, sensuali.

Cuvée Extase, l’ultima, è una trilogia spirituale, più da meditazione: E’ un millésimé, è complesso e di grande freschezza.

Cinque petali, in un crescendo di emozioni e sensazioni”.

“Gli abbinamenti ideali per le mie bollicine? Cuvée Séduction andrebbe divinamente con le ostriche ed i crostacei. Cuvée Passion, che è uno
champagne molto elegante e fresco, con una bella persistenza, è perfetto con una tartare di tonno, un risotto di mare, oppure l’aragosta.
Cuvée Extase si abbina idealmente alle carni bianche e ai formaggi, mentre Cuvée Fleur de Flo lo preferisco con i salumi, gli scampi crudi oppure con la catalana (un piatto strepitoso al Baretto di Milano, il mio
coup de coeur italiano).
Quando sono a casa mia a Lione adoro abbinare i miei champagne al Paté
croute di Joseph Viola, al Daniel e Denise, mentre per il dolce vado dai Garcons Bouchers nella Halles Paul Bocuse e mi delizio con la tarte praliné”.

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