Lume chiude. Anzi, ha chiuso

Ok. Rischio tutto. Tanto, cambia poco. E dormo comunque. Luigi Taglienti non riaprirà Lume. Lo si dice da settimane. Pare che la famiglia Marazzi abbia dichiarato finiti i giochi e chiuso i rubinetti. Rischio perché le carte potranno rimescolarsi. Non a breve, comunque.
Mettiamo però che non riaprirà più, anche perché ad oggi pare l’ipotesi più plausibile. Intanto dispiace. Dispiace sempre, per qualsiasi attività. Chi investe ha tutto il rispetto e molto molto di più. Poi però c’è il mondo reale. Che premia e boccia. Lì non c’è dio che tenga. La clientela apprezza o non apprezza, viene o non viene. C’è poco da edulcorare e infiocchettare.
Ora lo so già, inizia il giochino antipatico. In tanti mi scriveranno in privato dandomi ragione, poi in pubblico si asterranno perché il coraggio non si compra e il tornaconto regna sovrano: non si sa mai, un domani Taglienti riapre da qualche parte e alle persone serve più lui di Antognoni. Lo ripeto sempre: conta zero quello che si dice in pubblico. Vale solo il privato.
Luigi piaceva, e tanto. A cinque giornalisti. Fai sette. Lui cucinava per loro. E per la Michelin. Aveva una stella, inseguiva in maniera ossessiva la seconda. La considerava un dovere, riceverla. E prendeva come ingiusta la mancata assegnazione (quei cinque giornalisti gli davano man forte in questo: si Luigi hai ragione).. Forse negli anni sarebbe arrivata. La mano non si discute. Però.
Però non riusciva mai a conquistare. Né la guida né la clientela, tiepidi nei suoi confronti. Apprezzava, perché sarebbe impossibile non apprezzare, però non così tanto da tornare spesso. Il risultato? Pochi clienti. Serate con 4, 6, 8 coperti. Come sempre, chi piace alla stampa non piace alla clientela. Ad una certa stampa. Quella che in pubblico ti esalta sempre, tranne poi….Ok, il resto lo sapete. Discorso fatto e rifatto. E’ un mio chiodo fisso. Poi, il ristorante in sé. Freddo. Ghiacciale e ghiacciato come atmosfera. Bianco che più bianco non si può. Una sala chirurgica. Non potevi stare rilassato. L’ambiente imponeva il silenzio religioso. Imponeva il rigore, la schiena diritta (diritta, non arcuata). Mancava l’eros, mancava la passione. Lume non era caldo. Non era coinvolgente. Ancor meno trascinante. D’altronde vorrei vedere come un posto bianco gelido potesse trasmettere delle good vibes.
Sono andato a cenare in un paio di occasioni, di conseguenza è prevedibile cosa seguirà. “Quante volte ci sei stato, per poter parlare?”. Amen. Come se uno dovesse tornare cento volte prima di poter dire la sua. Cosa non si fa pur di non criticare, ti vengono addosso in tutti i modi: un’altra frase che mi fa impazzire è “ci vuole rispetto per chi lavora”. Si, altro che rispetto: manca il coraggio e la voglia. Mentire non vuol dire rispettare, per non dire che in tal modo si manca di rispetto ai lettori (massì chi se ne frega di chi compra il giornale, poi meravigliamoci che i giornali non li vuole nessuno).
Nessuno potrà mai dirmi di avercela con Luigi. Nel 2016 lo misi addirittura in copertina. Ora sarebbe bello sentire le impressioni private dei coloro che in pubblico magnificherebbero perfino me se mi mettessi ai fornelli. Riassunto dei tanti pensieri privati: “Taglienti è bravo ma non così bravo. E’ un vorrei ma non posso. Cerca la seconda ma gli manca il talento per conquistarla”.
Ora seguirà questo. Tutti quelli che in privato sostengono ciò sussurreranno a Taglienti che Antognoni è un cretino. Lo sono. Ma non per questo. Bensì per il fatto che anni fa, tanti anni fa, non fui al posto giusto per chiedere ad una donna di sposarla.
Concludendo. Luigi Taglienti sarebbe un’ottima soluzione per un Four Seasons o simili, dove con il cappello delle stanze si potrebbe sopperire ad eventuali perdite del ristorante. Da Lume i conti si salvavano grazie agli eventi negli spazi adiacenti. Però un ristorante con una cucina troppo creativa non starà mai in piedi da solo. Non attira un numero di clienti così alto da potersi mantenere da solo: il covid non c’entra. Se poi l’ambiente è freddo e rigido, ancor di meno.
Per farla brevissima, le cucine “difficili” come ama definirle qualcuno non funzionano più, economicamente parlando. E il ristorante è un’attività prettamente economica.

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