Benvenuto ma non troppo

La fregatura del calice appena seduti. E’ uno degli argomenti che più fa incavolare i clienti. Vedersi rifilare un bicchiere di champagne quasi senza accorgersene. Hai la sensazione, per non dire la certezza assoluta, che la sala viene istruita appositamente: “Appena una coppia si siede, prendiamoli alla sprovvista, non diamo loro il tempo necessario per pensarci su”. Non vorrei esagerare, ma temo che in alcuni situazioni il sommelier, oppure il maitre vengono obbligati a farlo. In altri casi, e qui non ci sono dubbi. viene riconosciuto loro una percentuale del calice rifilato e più in generale del vino venduto (ma qui entriamo in un discorso più complesso).

E così il ristoratore ha già guadagnato 40-50 euro, dove 30 sono netti netti. Tu ti senti rapinato e soprattutto con scritto scemo in fronte. Tornerai in un posto che ti considera un pollo da spennare? No di certo.

Nessuno lo ammetterà, come nessuno si riconoscerà. E’ un dejà vu, d’altronde sono persone che pesano 120 chili che danno dell’obeso a uno che ne pesa 75 e spesso lo prendono pure in giro. “Guarda quel grassone”.

Come se ne esce? Non se ne esce. Ognuno penserà di essere nel giusto. Il ristoratore vi mentirà spudoratamente con delle frasi edulcorate, troverà sempre delle spiegazioni e vi dirà che lui lo fa con garbo e con dei modi felpati, lo chiede con gentilezza, non come gli altri. Chi mai ammetterà di pensare a sfilarti dei soldi in maniera grezza? E poi non smetterà mai e poi mai di proporre-imporre un calice, perché dovrebbe fare il signore quando sui vini si guadagna così tanto (mentre con i piatti meno)?

Okay, concediamo la presunta gentilezza, che è come dire fare una rapina con guanti di seta. Qui entrano in gioco i pezzi da novanta, ovvero quelli che da decenni studiano il galateo e il bon ton. Perché a quanto pare è tutta una questione di termini.

“Posso offrirle un calice?” significa, lo dice la parola stessa, omaggiarti.

Di conseguenza non dovresti trovarlo sul conto: eppure accade, eccome se accade.

“Gradisce un calice?”, oppure “Posso portarle un calice?” invece sono dei concetti chiari. Lì non c’è interpretazione, anche se qui forse troppo spesso troviamo clienti impreparati, oppure che fanno finta.

Ci sarebbe anche il calice di benvenuto, ma qui scendiamo di livello, e tanto: questa è una altra rogna, vederti rifilare un bicchiere di un vino che manco sai il nome, spesso prosecco e ancor più spesso servito in bicchieri piccoli, stretti, rozzi e tozzi. Già si parte malissimo, ti senti un pezzente.

Tornando al calice offerto-proposto. Il galateo suggerisce di rifiutarlo. Giorgia Fantin Borghi, la madre e il padre del galateo, pure la sorella e la nipote, lo dice chiaro: “Si rifiuta sempre. Perché così si evitano fregature e perché fa chic scegliersi il vino da soli. Inoltre dipende molto se vale la pena. Se lo champagne è davvero una chicca mi dovresti spiegare la tua scelta, perché me lo proponi appena arrivata”.

Rifiutare sempre. Se ci pensate è un gran cosa. Intanto inizi col far capire che non sei nato ieri, ma si tratta comunque di una situazione sgradevole, come se dovessi stare attento al portafoglio. Vai al ristorante per divertirti e per passare delle ore piacevoli, non per evitare fregature.

Di sicuro non cambierà mai nulla. A far due conti, se un ristoratore convince 20 persone a farsi proporre il calice, sono 400 euro al giorno, per 300 giorni fanno 120.000 l’anno, di cui guadagnati netti 90.000.

Al proprietario del locale restano i soldi. Al cliente l’idea che è un pollo da spennare: non una gran bella sensazione.

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