Risto e comunicazione. Macchiette.

Messaggio per i ristoratori e per gli chef. È un segnale d’allarme più che un suggerimento spassionato. Poi vedete voi.

State attenti quando prendete un ufficio stampa o simili. Il rischio macchietta è dietro l’angolo. Il problema è che vi piace, a volte senza rendervi conto. E tanto. Vi fa sentire importanti. Di livello. Peccato che vi state scavando la fossa.

A leggere i comunicati scialbi, tutti avete avuto una nonna che faceva la pasta a mano, tutti ricordate lo spaghetto al pomodoro della mamma e via dicendo. Per alcuni sarà pure vero, d’altronde la storia della cucina italiana è prevalentemente questa. Per alcuni, però: non per tutti. I ricordi della gran parte sono inventati di sana pianta, ingigantiti, edulcorati e smielati a più non posso. Ed è qui che inizia la tragedia. La vostra tragedia.

Per anni si è fatto leva sull’aspetto strappalacrime, seguendo la linea della retorica tabù. Chi mai osa toccare i ricordi di famiglia, veri o finti? Guai. L’idea era semplice, per quanto meschina: la tenera cartolina povera in bianco o nero (figuriamoci, è solo ipocrisia). La nonna Filofteia che doveva accudire sette bambini, papà Esmeraldo che portava i dolci ai poveri, perché lui oltre a essere pasticcere è un uomo, un padre, un figlio, un fratello, un marito e se mi sono dimenticato qualcosa chiedo scusa (solitamente si esagera senza alcun pudore, si calca la mano come se non ci fosse un domani: tremendo).

Ormai sono tutti comunicati fotocopia. Vi vengono proposti come se fossero una gran prosa fatta su misura e invece sono pezzenterie trite e ritrite. Due maroni così. Non sai più a chi credete e a chi no, nel dubbio ignori tutto, ti senti anche preso per i fondelli a leggere sdolcinerie cheap del genere.

L’unica cosa che la clientela vuole sapere è cosa si mangia da voi, se si sta bene e quanto si spende, mica valuta se venire in base all’infanzia (ora arriva una e dice che invece sì, a lei piace molto sapere dov’è cresciuto lo chef, c’è sempre qualcuno che vuole sembrare più sensibile degli altri. Ovviamente mente e di sicuro si rende ridicolo, ma non lo sa). Se sei bravo le persone entrano e tornano nel tuo ristorante, se sei meno bravo vanno da un’altro. Fine del discorso. Le persone vogliono mangiare bene, non sapere come correvi nei prati con i pantaloncini corti e la frisella nella mano destra. Tutti abbiamo avuto un’infanzia e spesso, a torto o a ragione, consideriamo le nostre nonne le migliori al mondo. Per cui il messaggio non passa.

Poi, andando avanti, è ovvio che avete lavorato un po’ qui e un po’ lì, così com’è altrettanto ovvio che si inventa a manetta pure in questo caso. Nei comunicati vien fuori la solita lagna: “Si è formato accanto a dei grandi maestri” e bla bla bla, il resto lo sapete a memoria. A proposito, bello vedere come uno a 25 anni ha avuto già 34 maestri. Abbondante abbondante, esagerare, esagerare.

Morale. Se decidete di comunicare fatelo pure, ma provate a distinguervi. Sorprendete. Prendete un fotografo con i fiocchi, che possa rappresentarvi. Inventatevi una strada, solo vostra. Brillate di luce propria.

Non prendete un ufficio stampa che scrive le stesse cose da anni, cambiando solo i nomi e quelli dei presunti parenti.

Siate originali e provate a spiazzare.

Siamo nel 2020 e vi aggrappate ancora a gente che vi propone poco, non ha alcun senso. Per invitare la stampa non avete bisogno di loro, eccezioni a parte. Che poi vi vendono anche idee balzane del tipo pranzi stampa con 30 giornalisti invitati, una roba da voler percuotere qualcuno. Forse vi pare una gran bella mossa, l’ego gioca brutti scherzi. Avere una platea del genere tutta per voi: wow.
Però pensateci. Escono 30 piatti uguali allo stesso tempo, manco fossimo ad un matrimonio oppure ad una festa aziendale, così facendo non si capisce nulla del vostro ristorante, di voi stessi e del vostro lavoro.

Se vi fa piacere invitate i giornalisti uno ad uno, altrimenti vivono con lo spauracchio e il peso di dover mangiare assieme all’ufficio stampa stesso, spesso logorroico, altre volte muto. Comunque non piacevole. Avere davanti, per tre ore, una persona di cui non te ne frega nulla è una rogna, e poi gli effetti li pagate voi.

Non giocatevi la carriera e la vita in modo banale. Ormai non porta a nulla. Cercate un comunicatore che possa farvi sembrare per quello che siete. Ovvero unici, ognuno a modo vostro. Un ufficio stampa non è una tassa. In più non vi conosce e non sa molto di voi e del perché avete aperto un ristorante.

Concludendo, deve essere un valore aggiunto. Molto spesso non lo è. Vi stanno rendendo uguali agli altri. Quando va bene. Ma non va bene.

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