Intenditori. Ma di cosa?

A proposito di effervescenti vacanze stellate e fare all’amore domani, perché oggi mi concentro sulla cucina difficile dello chef e devo ancora capire la sua reinterpretazione dello stoccafisso.

Dice uno, con pittoresca enfasi. “Io ho due amici la cui capacità critica è ai massimi livelli”. Due maroni. E chi sono? I massimi livelli di cosa? Capacità critica in che senso? Cosa fanno, di preciso? Vivisezionano il piatto? Mandano le analisi in un laboratorio segreto?

Ora sul serio. State deragliando. E delirando. Avete lo sguardo torvo. La parola severa. Non vi divertite, per di più. Andate al ristorante come se fosse il museo della scienza. Vi immagino con addosso il camice bianco, sguardo mortifero e zero sorrisi, pinzetta e taccuino in mano. Raga, state trasformando la ristorazione in una parodia. Già siete la parodia di voi stessi, perché interpretate un ruolo, quello del grande intenditore.
Non bastava l’ego di alcuni chef, gente che ha scoperto tardi il dissenso, per citare Selvaggia Lucarelli. Non bastavano la loro presunzione e la mancanza della benché più minima empatia verso il cliente.

Non bastavano i critici che non criticano, ma che hanno la certezza e la presunzione assoluta di capire tutte le acidità del mondo, come se a qualcuno fregasse qualcosa. Non bastavano i signori so-tutto-io-che-conosco-lo-chef-da-dieci-anni, quelli del “devi sederti tante volte dallo chef ics e solo dopo potrai criticare”. Sarà, fatto sta che anche se vi siete seduti mille volte non avete mai criticato. Criticare mai, selfie con gli chef sempre. “Poi ci siamo fermati a parlare di ristorazione fino alle quattro del mattino”. Olè. Aaaah come ve la godete, la vita.

Poi, i paroloni. “Questo piatto va capito”. Va cosa? “E’ un piatto di non facile comprensione”. Ripetete, per favore? E’ buono o non è buono? Ne vale la pena, oppure no? “Io amo le cucine difficili”. Le cucine difficili. Solo un cretino cucina in maniera difficile, qualsiasi cosa volesse dire. Chi mai vuole andare in un ristorante del genere? Nessuno. Difatti…
No, non bastava il circo degli intenditori, dovevate arrivare anche voi, i clienti che si credono di serie A. E noi, popolo bue, si intende, siamo di Serie Z.

Negli ultimi giorni ho letto dei commenti che per un attimo pensavo avessi sbagliato post e argomento. Scrive uno, che pare un gran simpaticone: “trovo sia una lettura profondamente sbagliata sia del Bottura attuale che di quello degli anni passati. Sembra quasi si sia partiti da una tesi per costruire la scheda”. What? Helloooo stiamo parlando di piatti. Ovvero gusti, sensazioni, colori, emozioni. Stai bene, amico? E’ una tesi di laurea su Kant?

Nessuno di questi ti ha mai raccontato se al ristorante ics ci si sente a proprio agio, se ci sono delle buone vibrazioni, se si sta bene, se si è mangiato bene.
Qualche anno fa ad un pranzo trovai accanto quattro persone del settore. Senza molto entusiasmo, andai per salutarli. Il maitre mi disse: “Non vogliono essere disturbati, stanno analizzando i piatti”. Ovvero, cosa stanno facendo in più rispetto a noi comuni mortali?

State trasformando la ristorazione in qualcosa di cupo. Siete grevi che manco foste gli ispettori mandati a Cernobyl. Vi prendete sul serio, senza sapere che gli altri si mandano i vostri post e i commenti dall’uno all’altro, prendendovi per il sedere.
Siete in poche centinaia, fra clienti che si considerano un gradino sopra dio e così detti intenditori che a parte loro nessuno li considera come tali.

Siete una sorta di setta, di club. Avete la presunzione di essere gli unici a capire di piatti. Volete sembrare colti. Okay, vi lasciamo crederlo.

Intanto noi al ristorante andiamo per far stare bene le nostre donne. Le guardiamo come sorridono, scintillanti. Impazziamo vederle ridere e sprizzare felicità. Voi continuate pure con le pinzette e lo sguardo torvo nel piatto.

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