Dammi un bangla

In gergo diciamo “il bangla”. Non è spregiativo, con buona pace dei pasdaran in esercizio permanente che mi urleranno contro con la solita simpatia, come se a me potesse interessare il loro dolce pensiero. I graziosi e delicati talebani del politically correct, isterici e con gli occhi fuori dalle orbite h24, grideranno come sempre, tanto cos’altro hanno da fare, perché il termine a loro urta, è razzismo, perché non anche sessismo, metoo, e scusatemi se mi sono dimenticato qualcosa. Mettiamo anche maschilismo, che dà sempre bene, come l’erba cipollina. Tranquilli: non mi turba il vostro parere, tenetevelo per voi, stretto stretto. Nel caso lo volessi, ve lo chiederò io, ma non proprio a breve.Anche perché nel mondo della ristorazione c’è una infinita stima per i “bangla”, parola che sta ovviamente per ragazzi del Bangladesh e, per estensione, anche Sri Lanka.Diciamolo: tutti li vogliono in cucina. “Mi serve un bangla”, non potete immaginare quanti messaggi del genere girano nell’ambiente. Tradotto, mi serve uno serio, di cui fidarmi, il che non vuol dire che solo loro lo possano essere, a scanso di equivoci, perché qui c’è sempre uno più puro dei puri.Perché sì, sono davvero straordinari e non solo per le mansioni di basso livello. No, sono dei cuochi eccezionali. In qualsiasi brigata, stellata o bistellata, in qualsiasi ristorante fine dining, oppure trattoria, ne trovi almeno uno. Tutti li cercano, tutti li vogliono. Sanno lavorare, non creano problemi, non si stancano, non hanno vizi e mi fermo qui, perché sennò esce fuori che gli altri sono solo dei piantagrane. Ah, ora verranno pure quelli a dire: “certo, gli italiani costano troppo”. Calmini. Non è che “i bangla” prendono 200 euro, forse una volta. Però andiamo con ordine.In principio venivano assunti come lavapiatti e simili, ora stanno cucinando alla grande. Gli chef si fidano di loro a occhi chiusi, non so se si può dire però Antonio Guida ha una ammirazione sfrenata per il suo ragazzo del Bangladesh: “Fa dei risotti meravigliosi, forse meglio di me”. Okay, sarà un semplice modo per esaltarlo, però il mondo degli chef non è proprio pieno di gente umile, che riconosce i meriti altrui, per cui forse Guida lo crede per davvero.Wicky fa molto di più: porta i suoi ragazzi direttamente dallo Sri Lanka, ragazzi che non avevano mai maneggiato col coltelli e simili. Ha tutta la pazienza del mondo per insegnare loro il mestiere, passo dopo passo, giorno dopo giorno: in pochi mesi diventano dei soldati con delle mani fatate. Sono uno spettacolo. Qui arrivano quelli del “si, ma lui li schiavizza, senza di lui dove vanno”. Mi avete convinto, non vi darò retta. Confesso di ammirarli, e tanto, “i bangla”. Difatti ho in qualche modo contribuito a convincere i ristoratori di I mori a promuovere Indi come vero e proprio chef. Faceva il sous da una vita, era il momento per dargli tutta la fiducia del mondo. Funziona, certo che funziona. Perché non dovrebbe? Era bravo prima, per eseguire i piatti di Alberto Faranda, ma lo faceva anche con gli altri, negli anni passati, da Geroge Misceo in poi.Certo, ora magari verrà il difficile, dovrà forse pensare a dei piatti suoi, ad un menù, però non mettiamogli alcuna fretta. Intanto tutto funziona esattamente come prima: lo spaghetto con i gamberi è spaziale (per i sette tipi di acidità bussate altrove), il ragù di maiale idem, l’arancina pure e credetemi non è così facile prepararla. Indika Rohan, il suo nome completo. Non so se è il primo in assoluto a essere stato promosso come chef. Non importa nemmeno. Okay, qui arrivano i premianti della classe a dirci che loro l’hanno sempre sostenuto, che sono bravissimi, che l’hanno già scritto nel 1864. E che loro conoscono altri dieci meglio di Indi. Più tardi presterò attenzione alle vostre deliziose vanterie alle vongole.Intanto vi consiglio di andare da Indi. Perché presto diremmo così, vado da Indi. Che non guadagna due euro, anzi. Guadagna come uno chef vero e proprio. Chapeau.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *