Delivery come da Tiffany

Tiffany. Pochi mesi addietro. Entro. Si, per un anello. No, non quell’anello. Quello, si vedrà.Ricordo come ora. Rimasi colpito da come brillavano gli occhi a chi stava scegliendo, o semplicemente guardando. Perché se vai da Tiffany vuol dire che sta già succedendo qualcosa. Che stai sognando, e non poco.Dai gioielli al food il passo è breve. Guardavo le scatoline verdine e pensavo al packaging del delivery. Triste, sciatto, impersonale, per nulla coinvolgente, nonostante alcuni pensassero fosse d’impatto. Certo, non puoi biasimare i ristoratori, non è il loro mestiere: ammetterlo però, che fatica. Qualcuno dovrebbe insistere e convincerli di occuparsene della propria immagine. Ovvero dell’immagine del ristorante, perché a fare gli splendidi sono i primi. L’immagine e le immagini fanno parte del ristorante stesso, devono raccontarlo, rappresentarlo.Tffany, gioielli, food, packaging. Uno più uno fa sempre due. Chiamo Giulia Liu. Forse non lo sapete, ma da giovanissima aveva studiato per diventare stilista.Il resto lo vedete qui. Per la storia intera dovrete aspettare lunedì. Intanto guardate e ammirate, riempitevi gli occhi, perché pare davvero una magia. Perché sì, il delivery può essere arte e artistico, basta crederci e basta capire quanto sia importante la comunicazione. Basta non dire sempre che so tutto io, oppure prevalere su chi lo fa di mestiere. Il guaio sta proprio qui: gli chef con l’ego che sta esplodendo e che sanno tutto loro, tranne poi manifestando finta umiltà. Di conseguenza uno stilista, oppure un disegnatore dovrebbe solo piegarsi ed eseguire, rimarrebbe schiacciato (e forse schifato). Forse qualcuno si spinge a tanto da chiedere perfino dei soldi, perché secondo alcune menti malate lo stilista di turno guadagna in esposizione mediatica se il nome viene associato al loro (è tutto vero, non invento nulla).Giulia Liu, dunque. Il nome delloo stilista ve lo svelerà lei. Il fotografo é invece Ioris Premoli. Li ho messi tutti insieme. Ognuno ha fatto il suo. Nessuno ha prevalso sull’altro, anzi. Il risultato è questo.

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