L’intuizione di Trussardi. Ma restò lì.

Tomaso Trussardi. Senza saperlo, aveva detto una cosa giusta. Poi certo, ha rovinato tutto con i suoi modi e la sua inadeguatezza, perché il marito di Michelle sta alla ristorazione come io potrei stare al balletto.

Però quel concetto – non andò oltre, rimase al concetto – di trattoria di lusso aveva qualcosa di giusto, che poi ovviamente lui non fu in grado di trasformare in pratica e ancor meno portare al successo.

Ha avuto l’occasione di creare una tendenza e invece rimarrà nella storia milanese come quello che ti fa trovare il pesce scimmia nel suo ristorante. Ricordate? Monkey fish. Stava scritto così sul menù, il peggior menù mai scritto, concepito e stampato, fra cento errori grammaticali, lessicali, di punteggiatura e di traduzione (voleva scrivere monkfish, ovvero la rana pescatrice). Non esitò di elogiare, sbraitare e sdottorare sull’orgoglio di avere una tale equipe di professionisti. Figuriamoci se si fosse sentito meno orgoglioso.

L’ho preso alla larga con l’intenzione benevola di regalare un po’ di importanza al tapino, il quale ora si sente orfano delle attenzioni dei giornalisti: lesti, hanno annusato l’aria, capendo che al momento non c’è nulla da avere gratis, per cui inutile riempirlo di complimenti, tanto non arrivano ne borse, ne cene. Un domani si vedrà. Amen, fratelli.

Prima di passare al dunque, ricordiamo con piacere che fu Emanuele Terazzi ad aver visto il monkey fish sul menù, mentre una settimana dopo Selvaggia Lucarelli pennellò un ritratto eccezionale del tizio, definendolo bimbo minkia e simili. Lui la prese bene, con la sua solita simpatia.

Ora diventiamo seri e di conseguenza lasciamo Tomasino alle sue, sperando di non vederlo dispettoso come l’altra volta, quando fece il monello capriccioso e pigiò compulsivamente sui tasti del telefonetto, imprecando contro tutti in un italiano che più approssimativo non si può.  Su Roberto Conti scrisse: “Ti auguro di fare bene come ne sei capace”. Pazienza. Preghiamo mamma Trussardi di togliergli l’aggeggio dalle manine.

Ebbe comunque l’intuizione di abbandonare il fine dining per passare alla trattoria. Ok, sbagliando tutto (l’uomo non è all’altezza), però intuendo, per primo, che un mondo stava per finire. Troppi costi, impossibili da sostenere, anche se gli introiti del piano terra e del bar avrebbero potuto tenere in piedi il ristorante stellato rimasto però senza lo chef, a quei tempi Roberto Conti.

Tomasetto non ebbe le capacità di esprimersi al meglio (non è da tutti sapersi spiegare), però aveva comunque capito che un ristorante con venti e passa dipendenti non sta più in piedi. Il Covid ha fatto il resto, anche se la tendenza era già questa, non tanto per le difficoltà oggettive quanto per i gusti della clientela.

Perché il numero dei malati di ristorazione stellata é inferiore, e di tanto, al numero dei coloro che apprezza la buona cucina, abbinata ad un’atmosfera gradevole. Tradotto, con i talebani della cucina creativa si va diritto al fallimento, visto che sono pochi.

Molti di più invece i milanesi (e non) che amano cenare in un posto elegante, con delle buone vibrazioni, dove si mangia benissimo e dove vai anche per guardarti attorno. Non so se Trussardi avesse in mente questo quando parlò della trattoria di lusso: forse no. Sta di fatto che oggi la direzione è tracciata. Gli inglesi lo chiamano finer dining, ovvero una specie di locale non proprio esclusivo ed elegante, ma giù di lì. Le trattorie contemporanee, diciamo così. Qualche ritocco rispetto allo stellato, porzioni leggermente più ricche, prezzi più bassi. Di esempi ce ne sono. La sensazione è che gli imprenditori della ristorazione si muovano sempre di più su questa strada.

Ristoranti che propongono dei piatti golosi, riconoscibili, comprensibili, in un bell’ambiente e con un bel servizio, dei piatti e delle posate assai ricercate. Forse è così che sarà il nuovo ristorante di Luca Guelfi. E’ questa l’idea di Sine, il ristorante di Roberto Di Pinto. I mori, idem. Il Liberty di Andrea Provenzani, anche. La lista è assai lunga e sarà sempre più lunga. Intanto, auguri a Tomaso.

Nella foto c’è il risotto Napoli Milano di Roberto Di Pinto. Proprio oggi, due anni fa, aprì il suo Sine (auguri). Fu il piatto che apprezzai di più nella mia visita. Penso sia ancora uno dei più venduti. Ecco, la finer dining, la trattoria contemporanea.

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